A cura della Dr.ssa Lidia Martinelli e del Dr. Francesco Artegiani psicologo-psicoterapeuta.

Perché toccarsi?

Parole come “contatto” o “toccare” sono troppo spesso macchiate da connotazioni scabrose che, almeno da un punto di vista psicologico, non le appartengono affatto. Il contatto fisico rappresenta sicuramente una manifestazione molto intima e intensa nella maggior parte dei casi, ma rappresenta anche uno dei mezzi comunicativi fondamentali di cui l’essere umano si serve e uno degli elementi fondamentali non solo del benessere ma della stessa sopravvivenza degli individui.

taccare 1Il contatto corporeo non è solo parte integrante del nostro sviluppo fin dalla vita intrauterina, ma è anche il primo strumento in assoluto di consapevolezza della vita stessa e del mondo esterno. Il tatto ci assicura una relazione con la realtà fino a quando non si sviluppano gli altri sensi e diventa una necessità innata e costante dal momento in cui il feto lascia l’utero materno e si separa fisicamente dalla madre. Il contatto corporeo tra madre e figlio sembra essere il primo linguaggio che il bambino comprende e al quale reagisce più a lungo. Attraverso il contatto il bambino ha possibilità di comprendere la natura dei rapporti interpersonali e il concetto di amore e di cura. Una certa sensibilità tattile appare anche nella fase prenatale, quando diventa funzionale il primo processo sensoriale, in particolare a partire dalla settima settimana di gestazione, quando cioè quasi l’intera superficie del corpo diventa sensibile al tatto, cominciando dalle labbra fino ad arrivare a braccia e piedi, mentre il capo e la nuca rimangono insensibili fino alla nascita. Per tutto il periodo della gestazione il feto riceve continue stimolazioni tattili attraverso il battito cardiaco della madre, trasmesso e amplificato dal liquido amniotico. Le contrazioni uterine, in particolare, rappresentano per il bambino un inizio di accarezzamento, il quale dovrebbe essere protratto in modo particolare nel periodo immediatamente successivo alla nascita. In questo periodo, infatti, il neonato sperimenta il contatto fisico venendo nutrito, lavato e pulito, e i nuovi stimoli sono quindi mediati quasi esclusivamente dalla pelle. Il bambino, adagiato sul corpo della madre, ne percepisce il contatto prima ancora di vederla e questo comunica sicurezza, calore e amore. Mediante il tatto, quindi, il neonato viene lentamente a conoscenza dell’amore della madre, percepisce confidenza e trova un mezzo efficace per comunicare.

Klaus e Kennel, insieme ad altri ricercatori, ritengono che nel periodo post-parto la separazione, anche breve, tra madre a bambino può avere effetti anche devastanti sulla successiva interazione. Essi sostengono che esiste un periodo sensibile subito dopo la nascita, durante il quale è necessario che la madre e il padre abbiano un contatto ravvicinato per garantire sviluppi futuri ottimali. In più, bambini che hanno avuto con le madri un contatto precoce e supplementare, piangono meno, sorridono di più e ottengono migliori risultati nei test di sviluppo.

 

Cosa accade quindi quando un piccolo è privato del contatto?

toccare 2Diversi studi indicano che, senza un contatto e una manipolazione adeguati, il bambino non potrà svilupparsi in maniera corretta, anche se altri bisogni di base, come il nutrimento, sono pienamente soddisfatti. Dove si ha una precoce deprivazione non si notano, infatti, solo ritardo del linguaggio o incapacità d’apprendimento, ma anche disfunzioni emotive e affettive, talvolta di tipo psicotico. Nella seconda decade del XX secolo si è inoltre riscontrato un tasso di mortalità quasi del 100% in vari betrotrofi americani a causa di una malattia definita “marasma” (parola greca che significa “consunzione”) che comporta atrofia infantile o debolezza. Questa malattia, si è visto, coinvolge proprio quei bambini che vivono in case famiglia, ospedali e istituzioni, cioè in tutti quei luoghi in cui ciò che manca è sopratutto l’amore genitoriale mentre le cure fisiche sono sufficienti. Un importante studio è stato quello condotto da Spitz nel 1956 in cui viene comparato un gruppo di bambini allevati in un betrotrofio e un secondo gruppo allevato dalle proprie madri nell’asilo infantile di una prigione. Da questa comparazione emerge che, malgrado l’ambiente a dir poco infausto, i bambini cresciuti in prigione ma accanto alle loro madri sono cresciuti in piena salute, mentre negli orfanotrofi molti bambini svilupparono quella che Spitz definì “depressione anaclitica”, caratterizzata da pianto facile, diminuzione del sonno, perdita di peso e maggiore vulnerabilità ad infezioni o lesioni eczematose. Spitz, inoltre, evidenziò una regressione a livelli di comportamento primitivi e la perdita di abilità precedentemente acquisite. Questo studio, insieme ad altri, è quindi un’ulteriore conferma che l’essere toccati (soprattutto in maniera amorevole) è importante al fine della stessa sopravvivenza fisica. Molti studi hanno poi investigato gli effetti della deprivazione della cura in età precoce sullo sviluppo e sul benessere delle persone. La maggior parte di essi ha studiato lo sviluppo cognitivo sociale e neurale di bambini che hanno vissuto per un certo periodo della loro infanzia in istituti declassati per orfani e che di conseguenza hanno ricevuto cure genitoriali minime. Questi studi, in generale, hanno mostrato che la funzionalità cognitiva e sociale di bambini deprivati sensorialmente e socialmente è spesso di livelli sotto la media in confronto a bambini della stessa età che sono stati allevati in famiglie normali o in migliori istituti. Le conseguenze di queste mancanza, infatti, si manifestano anche dopo l’adozione. Bowlby, il principale teorico della teoria dell’attaccamento, in uno studio del 1969, si concentrò sulla capacità umana di stabilire legami affettivi considerando che, sebbene il cibo sia ovviamente importante per il bambino, non avrà mai la stessa importanza dei legami affettivi di attaccamento che dipendono dalla vista, dall’udito e dal tatto. Alla base di ciò vi è la capacità della madre di identificarsi con il bambino e soddisfare la funzione di “holding” (tenere stretto, stringere tra le braccia). Quando questa funzione manca, il bambino si affeziona a contatti sostitutivi o surrogati, come giocatoli morbidi, una coperta, il succhiarsi il pollice o il passarsi le dita tra i capelli.

 

Toccare nell’arco della vita

Crescendo e sviluppando un proprio equilibrio, il bambino diventa sempre meno dipendente dal contatto e quindi, per orientarsi, utilizzerà in particolare la funzione linguistica. Sopratutto nella nostra cultura di tipo occidentale, infatti, con la crescita, il toccarsi tra genitori e figli non è più così frequente e così intimo come nell’infanzia e nei primi mesi di vita. Gradualmente inizia un periodo di separazione determinato anche dall’acquisizione della capacità di gattonare e camminare, il quale fa sentire il bambino più indipendente, anche se le esplorazioni si concludono sempre con il ritorno alle figure di riferimento e questo comportamento permette di costruirsi un livello interno di sicurezza e stabilità, con il crescere del quale diminuisce, appunto, il bisogno di essere rassicurato fisicamente. Per tutta l’adolescenza il contatto diventa un modo per scoprire e imparare, viene associato sempre più al sesso e quindi viene riservato alle relazioni intime e sostituito dal gioco e dall’interazione con gli altri. Sfortunatamente può succedere anche che certi bambini trovano come unico modo di ottenere intimità fisica il comportarsi male, dal momento che la necessità di toccare può essere espressa anche con atti di ostilità. Sviluppandosi l’apprendimento, inoltre, il contatto fisico non è sostituito solo dalla comunicazione linguistica ma anche dal contatto visivo. Per tutta la vita adulta, infine, il contatto fisico sembra sempre più limitato da circostanze socialmente definite ma non per questo il bisogno di esso si affievolisce, ma anzi aumenta sempre di più. Con il passare degli anni, quindi, cambiano i modelli del toccare, anche e sopratutto sotto l’influenza culturale e sociale, ma ogni età ha precise esigenze collegate al dare e ricevere contatto corporeo.

 

Le terapie basate sul contatto corporeo

Attualmente, anche in ambito psicoterapeutico, si è potuto osservare come riattivare il piacere del contatto corporeo caldo e positivo sia un’efficace pratica terapeutica di base per ridurre i comportamenti aggressivi legati ad alti livelli di dopamina e testosterone e aumentare i comportamenti pacifici ed empatici legati all’incremento dei livelli di serotonina e ossitocina.

toccare 3Mentre ancora oggi in alcune scuole psicologiche e psicoterapeutiche il contatto fisico diretto con il paziente è ostacolato o ritenuto non appropriato, in molte altre, invece, il contatto corporeo (ovviamente effettuato in modalità rispettose e non invasive per il paziente) viene insegnato e sostenuto sia come base del setting, per creare un reale contatto con la persona, sia come vasta gamma di pratiche terapeutiche di evidente efficacia. Gli studi sugli effetti della terapia del contatto corporeo piacevole suggeriscono, infatti, un’efficace riduzione dello stress (che si manifesta attraverso una riduzione dei livelli di cortisolo) e un concomitante miglioramento degli effetti empatici e antidepressivi (aumento di serotonina e dopamina) in presenza di una varietà di condizioni mediche e di esperienze stressanti. Tiffany Field, direttrice del Dipartimento di Pediatria della University of Miami, ha pubblicato dati molto positivi sull’utilizzo del contatto corporeo, come il massaggio empatico dolce, per migliorare la crescita e lo sviluppo dei neonati pre-termine, riducendo il dolore, aumentando l’attenzione, riducendo la depressione e migliorando le funzioni immunitaria.

Uno dei principali pregi delle terapie ad orientamento corporeo è sicuramente quella di ripristinare l’efficacia del sistema del piacere corporeo, riportando la persona ad un contatto sereno e integro con la sua dimensione somatica. Questa capacità delle terapie corporee diventa fondamentale proprio in quei disturbi dove questa funzione legata al piacere è più compromessa, come nel caso di disturbi alimentari o in bambini abusati e maltrattati.

 

Sempre a sostegno di un’ottica psicosomatica, possiamo quindi notare come ogni essere umano, in quanto sistema mente-corpo, ha bisogno, per la sua stessa sopravvivenza, di vicinanza reale e tangibile con i suoi simili, sentendo il proprio corpo come un luogo piacevole dove abitare per tutta la durata della propria vita. Prenderci cura di noi stessi assume, in questo modo, un significato sempre più globale, come anche il prenderci cura dei propri cari, in particolare dei propri bambini. La distanza fisica tra le persone, come anche quella emotiva, non è una necessità evolutiva determinata dai nostri geni. Essere adulti non significa essere seri e distaccati, così come il contatto fisico va molto oltre il tabù sociale che lo avvolge e distorce. Avvicinarsi sempre di più a sè stessi e agli altri può permettere di creare una rete di individui che non ha paura di aprirsi e che non teme il proprio mondo interiore. O almeno questa è la nostra speranza.

 

Riferimenti bibliografici:

Argyle M. (1975), Bodily Communication, London, Menthuen & Co. Ldt. 1970.

Bowlby J. (1969), Attachment, “International Psychoanalytical Library”, London, Hogarth Press 1969, I.

Field (2001), Touch. MIT Press, Cambridge, MA.

Frank L.K. (1975), Tactile communication: genetic psychology monographs, “The Journal Press”, Massachusetts, 56/2, pag.209-55.

Gallace A. e Spence C. (2010), The science of interpersonal touch: An overview, Neuroscience and Biobehavioural Reviews 34 (2010) pag.246-259, Elsevier.

Hooker D. (1971), The prenatal Origins of Behavior, New York, Univ. of Kansas, press 1971.

Klaus M.H., Kennel J.H. (1970), Human Maternal Behavior at the First Contact with Her Young, N. Plumb and S. Suehlke, Pediatrics 2, pag.187-192.

Montagu A. (1971), The human significance of the skin, New York, Columbia Univeristy Press 1971.

Spitz R. (1956), in Mental Health and Infant Development, a cura di K. Soddy, New York, Basic Books Inc. Publ. 1956.